23 dicembre

Non partecipo alla guerra

“Ciao, mi chiamo Hallel Rabin. Sono una refusnik* di 18 anni di un kibbutz israeliano e domani sarò mandata in prigione dall’esercito israeliano.

Poco prima del Rosh Hashanah, il nuovo anno ebreo, mi sono rifiutata di unirmi all’esercito israeliano e sono  stata trattenuta in un carcere militare durante le vacanze.

Sono imprigionata già da 14 giorni, perché non voglio essere un soldato che partecipa all’occupazione della Palestina.

Ho cercato di chiedere l’esenzione per motivi di coscienza, ma l’esercito si è rifiutato di concederla. Invece mi hanno mandato in prigione più volte per farmi cambiare idea.

Domani mi arresteranno per la terza volta nel corso di un mese.

 

 

 

Viviamo in un periodo di cambiamento e lotta. In ogni parte del mondo, i giovani lottano per la democrazia reale e usano la disobbedienza civile per combattere il razzismo e l’ingiustizia. Ma per i palestinesi le ingiustizie del passato restano.

Nei territori occupati da Israele, i diritti umani e le libertà fondamentali vengono costantemente negati.

 

Sono stata educata ai valori della libertà, della compassione e dell’amore. Combattere per mantenere un’altra nazione schiavizzata contraddice questi valori. Per troppo tempo il popolo buono di Israele ha accettato di partecipare alle atrocità commesse dall’occupazione. Anche se so che il mio rifiuto è piccolo e personale, desidero essere il cambiamento che voglio vedere nel mondo, e mostrare che un’altra strada è possibile. le persone fanno grandi cambiamenti.

 

È ora di gridare: non c’è una buona repressione, non c’è il razzismo giustificabile . Non c’è più spazio per l’occupazione israeliana.”

 

(Hallel Rabin, 19 ottobre 2020)

 

 

* La parola inglese refusenik (pronuncia italianizzata: “rifiùsnic”; dal russo: отказник, otkaznik; da “отказ”, otkaz “rifiuto”; letteralmente: “i rifiutati”; in ebraico: מסורבי עלייה, mesoravei aliyah, coloro ai quali è rifiutato il diritto di ritorno) è entrata nella lingua italiana durante la guerra fredda per riferirsi alle persone cui venivano rifiutati certi diritti umani, in particolare il divieto di emigrare. In seguito, il suo uso si è esteso ad indicare persone che si rifiutano di partecipare ad attività obbligatorie, come un obiettore di coscienza nei confronti del servizio militare.

 

Leggi l’articolo intero sul sito di “We are not your soldiers