15 dicembre

Mai più

 

Pace nel mondo

La pace sembra troppo utopistica per essere discussa, considerata e presa sul serio. La stragrande maggioranza della classe dirigente politica nel mondo ritiene la guerra un male necessario e ci promette al massimo di farla con buona educazione

 

Gino Strada fece notare che per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari che sono il costo di 8 ore di guerra. «Si prendano un giorno di vacanza», disse.

Ma Gino Strada, si sa, è un buonista.

Nessuno smentisce le cifre: attaccano la persona che le ha fornite.

 

 

COSA POSSIAMO FARE?
Ci sono almeno due linee di azioni possibili per risolvere i contenziosi senza ricorrere alla guerra,

 

La prima aiuta a superare il “pacifismo (solo) gridato” e potrebbe essere sintetizzata con un motto formulato dalla “Campagna nord-sud” Contro la guerra, cambia la vita. Bisogna rafforzare gli “anticorpi” a disposizione di ogni singola persona per prevenire le guerre e per non lasciarsene catturare, una volta che sono scoppiate.

Se tutto uno stile di vita (consumi, produzioni, trasporti, energia, banche..) nel quale siamo largamente coinvolti, per potersi perpetuare ha bisogno di condizioni assai ingiuste che regolano le relazioni tra i popoli e con la natura, bisognerà intervenire “a monte” e mettere in questione la nostra partecipazione (anche individuale) ad un “ordine” economico, politico, sociale, ecologico e culturale che rende necessarie le guerre che lo sostengono.

Se il consenso alla guerra può diventare maggioritario – non certo soltanto tra “fondamentalisti islamici”..! – si dovrà allargare una solida base ideale e culturale di disposizione alla pace ed alla convivenza, disintossicando cuori e cervelli.

Se è considerato scontato che, una volta scoppiata la guerra, non resta che allinearsi ed arruolarsi (materialmente e culturalmente), bisognerà suscitare e consolidare scelte di “obiezione alla guerra”. Sono tante le forme di azione che si possono scegliere per negare ogni consenso e sostegno alla guerra.

 


La seconda riguarda il ricorso alla “forza”, senza che ciò debba essere sinonimo di guerra.

Strumenti “di forza” non bellici. La “guerra giusta” è riapparsa all’orizzonte (magari ribattezzata “azione di polizia internazionale”). Se è giusto fare tutto il possibile per fermare aggressioni, ingiustizie e soprusi, a partire dal chiamarli per il loro nome ed identificarli come tali, non è giusta, né risolutiva l’idea di farne derivare con automatismo la sanzione bellica.

 

1) sviluppare l’arma dell’informazione: perché non “bombardare” con trasmissioni radio e TV, con volantini, con documentazione, piuttosto che con armi? Perché non fornire supporto ed aiuto ai gruppi impegnati per i diritti umani nei diversi regimi totalitari, piuttosto che fornire armi agli Stati sperando in una guerra “liberatrice”?

 

2) costituire e moltiplicare gruppi/alleanze/patti/tavoli inter-etnici, inter-culturali, inter-religiosi di dialogo e di azione comune: azioni che avvicinano concretamente i popoli e rendono più difficile il consenso a “bombardare l’altro” (che si accetta di bombardare tanto più quanto meno lo si conosce);

 

3) lavorare per un nuovo diritto internazionale e per un nuovo assetto dell’ONU. La tradizionale distinzione tra “affari interni” che esigono la non-ingerenza degli altri (per cui torture e massacri non riguardano la comunità internazionale, finché non scoppia un contenzioso tra almeno due Stati) ed “internazionali” non regge alla prova delle emergenze ecologiche, né dei diritti umani;

 

4) chiedere all’ONU di promuovere una sorta di “Fondazione S.Elena” (nome dell’isola in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la possibilità di servirsi di un’uscita di sicurezza prima che ricorrano al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle.

Da “Terra Nuova Forum” Roma, gennaio 1991
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